Live Report Afterhours@Carroponte: Quello che non… ti aspetti
La prima sensazione che ha colto la sottoscritta, e credo un pò tutti ieri sera, nel vedere l’ingresso degli Afterhours sul palco del Carroponte, è stata l’incredulità.
Che fine ha fatto la band che ricordavamo tre anni fa al Palasharp, o meglio ancora sul palco dell’Ariston, tra le polemiche di essersi venduta al mainstream e le accuse di aver invertito la rotta a favore di sonorità troppo vellutate? E le camicie di Manuel, la complicità col pubblico, le battute, i sorrisi?
Pochi istanti e tutto ciò è stato spazzato via, come se gli ultimi 5 anni, quelli di Ballate per piccole iene e del tour americano, della presunta serenità di un gruppo ormai maturo e “pacificato” , del contratto con la Universal, di una kermesse come il Festival di Sanremo, persino, non fossero stati altro che un’illusoria parentesi. Manuel Agnelli e compagni hanno fatto il loro (teatrale) ingresso in puro dark-sado style, almeno per quanto riguarda il leader della band e il riesumato Xabier Iriondo; abiti rigorosamente neri, borchie, copri avambracci di pelle (abbandonati dopo un buon numero di canzoni, complice il caldo), capelli rigorosamente lunghi e selvaggi, chitarre impazzite da suonare anche con lo stivale e, nel caso di Iriondo, degne dei Kiss. Ma al di là del look, è stata proprio la teatralità degli atteggiamentii (teste chinate, visi impassibili, Iriondo spesso voltato di spalle), la voluta assenza di contatto col pubblico (niente saluti, un lapidario “Grazie” solo dopo parecchie canzoni), la cattiveria della performance, a farsi notare, sostenuta da una scaletta a dir poco heavy. I pezzi si sono succeduti a ritmo serratissimo senza alcuna concessione ai brani più distesi e ironici, dimenticati a favore di quelli più crudi per testo e sonorità: Germi, Rapace, Dea, Male di miele, tanto per dare un’idea. Il gruppo sembra aver operato un’accurata selezione anche nei confronti dei pezzi più attesi dai fedelissimi, se escludiamo lo strappo rappresentato da Ballata per la mia piccola iena eseguita però in una maniera inedita, che impediva i cori del pubblico, e Il paese è reale, perfettamente inserita nella cornice del Carroponte. In effetti l’atmosfera generale che ha permeato le due ore di show è stata una certa surrealità, acuita dalla presenza, a pochi metri dalla band, delle mogli e dei figli, mentre l’impressione di trovarmi di fronte ad una band stanca di se stessa e volta al passato alla ricerca di una nuova identità, non mi ha abbandonato nemmeno per un secondo. Lo stesso si può dire del pubblico, diviso fra la nostalgia e il tentativo di “riportare la band all’ordine”, facendole ricordare i (bei?) tempi passati, e il tentativo di accettarne la nuova versione con fiducia ed entusiasmo incondizionato. Comunque la si voglia mettere, gli Afterhours sono cambiati, e tutto fa credere che non basteranno le nostalgie a riportarli sulla “retta via”.
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Bell’articolo!!