Recensione LE-LI – Black Album

(LE-LI - Black Album -
2011 - Garrincha Dischi)

La sensazione di una musica artigianale, “homemade“, ma che allo stesso tempo pare provenire da uno spazio-tempo remoto e indefinito, è sempre piacevole, quanto, ahimè, difficile da provare, nella nostra epoca in cui tempi e distanze sono abbattuti e la tecnologia domina incontrastata.
Ecco dunque svelata la principale ragione d’interesse di questo lavoro, che come già ebbi modo di scrivere a proposito dei My Foolish Heart, si mostra composto di piccoli, preziosi oggetti finemente intagliati, ognuno facente storia a sè, ma al contempo inseriti in un progetto dalla direzione ben precisa.

L’inizio, con Alla Befana, è superbo: le potenzialità del gruppo si esplicano pienamente in questo ritmato inno alla Befana che, per quanto delizioso e brillante, potrebbe risvegliare i soldatini e le bambole ammucchiate nella cesta dei giocattoli, mettendoli in marcia (alla faccia di Babbo Natale…). Discorso diverso per Bambola, in cui si scivola decisamente verso tinte più soft e rarefatte, mentre la voce di Leli si fa vellutata al massimo nel sussurrare scampoli poetici: “La mia pelle è fragile ma a cucirla sono abile. Niente, no, non sento niente, io con l’ago son paziente”. Fragilità violata, un gioco infantile tradito: le parole alludono appena, mentre la musica da Carillon si spande in quella che ci immaginiamo come una stanza in stile retrò con una finestra che dà su un giardino piovoso.
A cosa servono le tonsille?
affronta invece, fra dubbi da bambini e consapevolezze adulte, un “classico anni ’80”, l’asportazione delle tonsille, e lo fa tornando al ritmato del primo brano, in un certo senso preludio al “salto verso la maggiore età” che realizza il Valzer dell’addio, in cui, pur non abbandonando gli strumenti-giocattoli, ci viene svelata l’”altra faccia” del mondo dei LE-LI: “Puttana per noia, è questa la mia gioia, ma adesso sei tu mio boia”.
E’ questo il brano che chiude la prima parte italiana dell’album, dal momento che Black Album è cantato in ben tre lingue, senza mai perdere in calore e poeticità. Chiudono infatti il lato A Paris Orly, in lingua francese, e Troppo Lontano, di nuovo nella nostra lingua, a mio parere pezzi deboli di un lavoro che tuttavia non manca di riscattarsi col lato B.

Quest’ultimo, costituito da 5 brani tutti in inglese, è infatti aperto dalla suggestiva Fishbowl, fra i brani che meglio riescono a sfuggire al pericolo insito ad una siffatta musica, la stucchevolezza, nemico che del resto il duo mostra di fronteggiare bene lungo l’intero corso del disco.
Giungiamo così a The Letter, in cui l’ukulele la fa da padrone in un brano che ritorna alla tematica di Troppo lontano, l’assenza, ma con tutt’altro slancio e ragion d’essere. Un po’ Veronica Sbergia un po’ Norah Jones di Sunrise, la voce di Leli, aiutata dal cantato “British”, non abbandona, ma corregge il tiro del sussurrato, provocando un abbassamento glicemico che non può che giovare all’intero organismo. Rivisitazione “black” anche per No Fun, cover degli Stooges collocabile tra le cose migliori dell’album, in cui fa capolino la voce maschile e soprattutto il clarinetto di Bergamin. Sì, perchè il duo annovera il punk e il rock ‘n roll fra le sue influenze, e ce lo fa sapere anche attraverso Sheena was a punkrocker, una continuazione in LE-LI style del brano dei Ramones.
Giunti all’ultima traccia, di nuovo una sorpresa (o forse no, dato che il tutto, come ho detto all’inizio, si mostra attraversato da un filo rosso ben riconoscibile, da una vena poetica e musicale che assorbe le diverse istanze con la stessa naturalezza): il tributo alla musica indiana rappresentato da Valentine’s Day. Ecco che gli orizzonti cambiano nuovamente, così come la voce di Leli, supportata dai cori, confermandoci la versatilità di un progetto di cui vale davvero la pena di fare la conoscenza.

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