Recensione Leonard Cohen – Old Ideas

Quando si parla di Leonard Cohen, si è colti da una sorta di timore per il “sacro”: il poeta e musicista si colloca infatti ai più alti vertici della produzione artistica mai raggiunti, oltre ad essere uno dei pochissimi artisti capaci di unire la musica “rock” alla grande letteratura, elevando la prima al livello della seconda. Personaggio controverso, così come la sua stessa poetica (che gli è valsa non a caso il soprannome di “Santo secolare”), Cohen intepreta da svariati decenni le angosce e le attese del genere umano, con una finezza ed una voce inconfondibile che toccano le corde più profonde. La sua idea dell’insondabile rapporto uomo/Dio, al centro di molti brani, è forse sintetizzata dalla frase di Anthem: “c’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce“; come a dire: la natura e il mondo sono tutt’altro che perfetti, ma è forse proprio questa imperfezione che permetterà di intravedere l’infinito.

Ormai alla soglia degli 80 anni (è nato infatti nel 1934), il poeta canadese ha deciso di tornare il 31 gennaio con le sue vecchie idee (Old Ideas), un album che giunge dopo anni di silenzio “discografico” in cui anche le apparizioni sono state piuttosto sporadiche: fece notizia infatti il suo ritorno sulle scene nel 2008, in occasione di un inaspettato tour mondiale che lo portò anche agli Arcimboldi di Milano.
Vecchie idee come quelle che ne hanno caratterizzato la produzione fin dagli inizi: la vita, la morte, l’amore, lo Spirito, ma anche il sesso, la violenza, il male. Il tutto però con una sottolineatura più precisa della dimensione spirituale dell’esistenza, e con la voglia di stendere una sorta di bilancio non avulso da autoironie (tanto che nella prima traccia, Going Home, l’autore può addirittura dialogare con se stesso, dandosi dello “sportsman” e dello “shepherd”, nonchè del “lazy bastard”).
Per farlo, in quello che è sicuramente un monologo meditativo ma anche un ipotetico dialogo con la morte e con ciò che potrebbe esservi al di là, Cohen si affida ad atmosfere eleganti e soffuse, ad un folk-blues-gospel in cui largo spazio hanno i cori femminili delle Webb Sisters, capaci di duettare perfettamente con la sua scura voce da baritono. Pare del resto il dualismo, lo stesso che percorre il mondo, la chiave di lettura prvilegiata dell’immaginario coheniano, in quell’infinito dialogo tra speranza e fede da un lato (Amen, la nuova Hallelujah?, ma anche Come healing), disperazione e oscurità (Darkness, quanta traccia) dall’altro.
Non solo ansie “apocalittiche”, tuttavia: l’amore è un altro dei tarli del vecchio Leonard, affrontato con disarmante sincerità in Anyhow e Crazy to love you, mentre in Different Sides il tono si fa maliziosamente sprezzante, in barba all’ottava decade quasi raggiunta.
Nello spazio di soli 41 minuti – tanti ce ne vogliono per assaporare i dieci brani di questo disco sicuramente “compatto” ma tutt’altro che simile a un “mattone” – Leonard Cohen ci regala dunque, una volta di più, pillole di saggezza, squarci di eternità, versi in musica, o come vogliate chiamarli: anche “canzoni”, sono sicura, andrà benissimo.

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