Recensione Mark Lanegan – Blues Funeral
La storia dei fan-ultrà è vecchia come il mondo, e personalmente non mi sono mai stati simpatici. Difficile, difficilissimo tuttavia – lo so – dimenticare ciò che è stato ed accettare il cambiamento, la crisi, l’evoluzione di un artista, soprattutto quando questa appare piuttosto una ri- (se non “in”) voluzione. Ed è certo questo il caso dell’ultimo album di Mark Lanegan, o meglio della Mark Lanegan Band, il primo dopo gli otto anni passati da Bubblegum. Uscito qualche giorno fa, porta il titolo di Blues Funeral, e a molti (ultrà o meno) parrà uno scherzo: un’ode alla morte del blues, genere a cui il maledetto e malinconico ex Screaming Trees ha sempre guardato con sacro rispetto e grande interesse, intonata a colpi di synth e drum-machine?! Certo chi giudica coi canoni di cui sopra non potrà che leggere le 12 tracce del disco in quest’ottica, distorcendo ed ignorando, al bisogno.
Che Blues Funeral sia un album in cui l’inflazione dell’elettronica è molto alta, è fuor di dubbio: ma che per questo si tratti di “morte del blues” in salsa commercial, degna di una crisi di mezza età, è davvero un altro discorso.
Lanegan è uno di quei tizi – non certo comuni, per fortuna o purtroppo… – che ha già vissuto 7 vite: come le rockstar degne di questo nome, è più volte morto e risorto dalle proprie ceneri, dopo averle magari sniffate come Keith Richards con quelle del padre. Come stupirsi dunque della sua ennesima trasformazione, come condannare la sua voglia di confrontarsi con sonorità nuove, da rivestire a sua volta con una voce inconfondibile, e al di là di qualsiasi ragionevole sospetto di leziosità elettronica?! L’ex albero urlante e regina dell’età della pietra non ha perso nè lo smalto (o meglio la patina rock fatta di fumo, alcool e varie altre sostanze) nè tantomeno la disperazione blues, e se in alcune tracce ( Ode to sad disco, Quiver Syndrome) gioca un po’ troppo a fare il Chris Cornell del 2000 (offrendo in questo il destro alle ironie di quanti biasimino gli ex eroi grunge), non fatica a “riscattarsi” pienamente con una manciata di brani che lo scagionano da qualsiasi accusa. Qualcuno ironizzerà, a proposito di Bleeding Muddy Water, che il maestro del blues agonizzi proprio a causa dell’opera laneganiana, ma sarà difficile non riconoscervi il malinconico, disperato ed in definitiva geniale Lanegan di sempre, e lo stesso si dica per la spettrale Deep Black Vanishing Train, degna di Johnny Cash mentre ci restituisce il volto antichissimo ed insieme attuale dell’America; l’esecrabile electro-inflazione che rende poi, effettivamente, poco efficaci alcuni brani, dando l’impressione che sia lo stesso artista a trovarvisi poco a suo agio, si rivela invece oltremodo proficua in un brano come Riot in my house.
Non si può dunque dire che Lanegan sia in balia dell’elettronica, in questo “funerale della musica del diavolo”: usata con sapienza, questa sa rivelarsi anzi un ottimo supporto, al punto da trasformare la cerimonia funebre in battesimo. Che il musicista di Ellenport ci venga poi a dire che i riferimenti religiosi, così come il titolo, non siano così significativi, ma siano stati scelti essenzialmente perchè il tutto “suonava bene”, non ci scoraggi: Lanegan, cantore delle nostre umane sfortune anche quando si affida al guizzo del synth, è pur sempre una “motherfucker rockstar”.











