Recensione SONGS FOR ULAN – The globe has spun and we’re all gone

(SONGS FOR ULAN - The globe has spun and
 we're all gone - 2011 - STOUTMUSIC)

Iniziato a sette anni dal coro della chiesa e da un disco dei Beatles, dimenticatosi poi della musica fino a quando, ormai maggiorenne, imbraccia la chitarra e milita in vari gruppi finendo anche ad aprire per i Motorpsycho nel 1994, Pietro de Cristofaro, classe 1970, dal 2003 è  a capo della “famiglia” di SONGS FOR ULAN.
Con loro, tutti musicisti della scena indipendente italiana, ha pubblicato tre album, e il quarto uscirà proprio domani per Stoutmusic: The world has spun and we’re all gone, un lavoro a cui certo non mancano contributi e collaborazioni: dalla produzione di Cesare Basile, alla voce del pianista Lorenzo Corti in If it be your will, omaggio a Leonard Cohen,  fino alla partecipazione della poetessa Tiziana Cera Rosco e del newyorchese Dave Muldoon, oltre ad altri contributi strumentali.
Non fatevi ingannare dalla copertina “in bianco e nero” e godetevi le atmosfere ora calde e corporee, ora cupe e metalliche di un album dai molti risvolti, in cui le definizioni di genere paiono sterili, per quanto De Cristofaro e la sua musica sanno essere versatili ed istrionici.
Filo conduttore di un percorso così vario sicuramente l’amore e la disperazione, che qui sono così vicini da apparire una tautologia. Amore E’ disperazione, soprattutto se ne parla attraverso un rock dapprima melodico (Like Tv) che presto si converte in una pioggia di chitarre distorte e bassi che vanno a braccetto con la dichiarazione : “We don’t wanna feel safe”  (From the borders), fino al blues “cosmico” della strisciante You only love.
Ciò che viene dopo è pura intensità: What good can tell, perla dell’album, uno swing cupo e doloroso, ma anche sensuale e in definitiva irresistibile, in cui la voce di De Cristofaro dà il meglio di sè.
Un ultimo guizzo da cantautore in Colours e siamo pronti per un altro salto nel vuoto con Little Queen, in cui si tratteggia un rapporto uomo-donna col supporto dei synth e dei bassi a creare un fondale che progressivamente ingurgita tutto.
Prima della cover, più asciutta dell’originale, da Leonard Cohen, un omaggio ad un genere che ha percorso, sotterraneo ma non troppo, l’intero album, e che qui viene finalmente nominato: il blues (The Hook).
Forse è questa l’unica parola che può dar conto dell’intensità e della forza di queste 10 canzoni che, spaziando dalla musica popolare al jazz al rock alla musica melodica, hanno sicuramente tutte molto da dire (e, soprattutto, sanno come riuscirci).

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