Recensione There Will Be Blood – Wherever You Go
(There Will Be Blood - Wherever you go - 2011 - La Sauna)
Gran bel debutto quello di questi ragazzi di Varese, due chitarre, batteria e spirito più rock-blues che mai: si chiamano There Will Be Blood (come il film di Anderson distribuito in Italia con titolo Il petroliere), e hanno da poco registrato il primo album masterizzato da quel “talent-scout” di Giulio Favero.
Chitarre potentissime, batteria che non perdona, il sound del trio è compatto come nella migliore tradizione garage che si rifà direttamente alla matrice blues: un po’ White Stripes, un po’ Black Rebel Motorcycle Club, il gruppo sa il fatto suo e non sbaglia un colpo, mentre sviscera sonorità dal sapore ancestrale che portano direttamente al centro della terra, laddove batte un cuore pulsante che si muove al ritmo del sangue nelle nostre vene.
Dieci i brani, a comincare dalla strumentale Coyote, in cui viene introdotta nostra signora slide, in un lavoro dall’ideologia che riporta direttamente agli States, in una terra che non perdona così come ce l’hanno raccontata i fratelli Cohen, per proseguire coi paragoni cinematografici.
Oltre che all’America, Wherever you go è però soprattutto un tributo al genere, come dimostra anche la terza traccia, la “devastante” cover di Death Letter del mitico Son House. Pur nello spazio “angusto” di dieci pezzi, il trio dispiega inoltre una buona duttilità compositiva ed una fervida immaginazione – penso a The Story of the woman who kisses once – dimostrando di aver sì “imparato bene la lezione”, ma soprattutto di averne tratto (ben più di un) qualcosa di originale.
Se una critica può essere mossa, questa riguarda il cantato in inglese, che va perfezionato in vista di una formazione che per il resto mi parebbe già degna di palchi internazionali.











