Recensione unòrsominòre. – La vita agra

È uscito il 3 ottobre La vita agra, terzo lavoro di unòrsominòre., il progetto nato nel 2005 dalla voce, dalla chitarra e soprattutto dalla vena compositiva di kappa, ex membro dei veronesi Lecrevisse, ora nella scuderia di Fabio De Min e di Lavorare Stanca.
Diciamo subito che, se fino ad ora al giovane non sono mancati dei riconoscimenti, questo disco, che oltre alla produzione vede la partecipazione di De Min, ce ne spiega il motivo.
Un orsòminòre. è infatti un cantautore essenziale e severo come l’involucro del disco, dal sapore anni ’70, lascia intuire: la sua critica è senza fronzoli e non concede nulla, (“bella nazione di rincoglioniti, quindici milioni di semianalfabeti e un altro quarto non capisce quel che legge…”, canta in Il mattino del 26 luglio) ma non si mostra mai gratuita, tanto che credo riesca presto a smentire gli scetticismi di chi, come me, non impazzisce per la musica “impegnata” a tutti i costi.

Nonostante l’esordio segnato dalle innegabili somiglianze con lo stile del suo “mentore”, La vita agra vede un discorso condotto con personalità e lucidità, mentre canta di un’Italia e di un mondo che poco o nulla lasciano alla speranza, se anche l’ ”extraterrestre” di finardiana memoria se ne sta lontano, ben alla larga da un paese in cui troppe cose che normali non sono “sembrano normali” (Storia dell’uomo che volò nello spazio dal suo appartamento, traccia 2).
Le parole sono inequivocabili, il pensiero scorre senza censure e si stampa nettamente come un calcio in faccia, nei momenti in cui la musica pare indurre a una sosta, come in quelli in cui invece accompagna, nella concitazione, la protesta (Testamento di Giovanni Passannante, anarchico italiano).
Brano-simbolo, tutto da ascoltare con liriche alla mano, è Il mattino del 26 luglio, dal quale ci riprendiamo solo con il sorriso che finalmente induce Perdenti più sani, in cui lo sguardo alla biasimevole società di oggi non risparmia, ancora una volta in maniera sorprendentemente dissacrante (e condivisibile) il ciuffo di Carlo Pastore e Dente (“…con il ciuffo di ordinanza corriamo a far presenza”, che Gaber sottoscriverebbe, se avesse 30 anni oggi). Il brano in questione, che starebbe benissimo nell’ultimo album degli Zen Circus – tanto per dare un’idea – mentre paradossalmente rende anche omaggio alle sonorità “dentali”, si mostra perfetto per mostrare la capacità del cantautore di cambiare registro, pur mantenendo una coerenza che corre il solo rischio della sclerotizzazione. Se ciò non accade, nello spazio di questi 46 minuti di musica, è anche grazie a un brano come Perfetto così (mille giorni di te e di mediaset), un’ultima, spietata radiografia di una società che si destreggia fra Maria de Filippi, rom da tenere lontano e l’onnipresente fede calcistica.
Ciliegina sulla torta, la chiusa di La vita agra II, un ultimo, disperato appello a resistere contro l’insensatezza dilagante, ancora una volta condotto con sincerità e senza la spocchiosità di chi si erge a giudice: “ritrovarci io e te a guardarci negli occhi e pensare che ci meritiamo di meglio e di più di questa vita virata seppia e tenuta giù, passata a parlare di rivoluzione su feisbùc”.
Meditate gente, meditate.

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