TUESDAY BLUES N.16 – Corey Harris – Between Midnight and Day

Nel 1995, il giovane bluesman afro-americano Corey Harris incide il suo album di debutto “Between Midnight and Day”, e si inserisce con questo lavoro in una schiera di artisti che più o meno contemporaneamente si rifanno al blues delle origini. Questa sensibilità comune e collettiva ad altri esponenti afro-americani (Keb’Mo, Eric Bibb, Otis Taylor, Guy Davis, Alvin Youngblood Hart, Keith B.Brown) diviene non solo un’operazione discografica legata a logiche commerciali che riesce tutto sommato a rinvigorire la scena blues di quegli anni, già lontana dagli “echi” della “Blues Revue” degli anni ottanta che l’ha preceduta, ma diviene un vero e proprio processo di riappropriazione delle proprie radici etnico-musicali e culturali.

Anche il “Roots Blues” più tradizionale, da sempre appannaggio di molti esponenti bianchi (John Hammond ne è il migliore esempio) ritrova nuovi “testimoni” di un bagaglio musicale che non è mai stato perso. L’ago della bilancia si sposta così nuovamente verso una nuova generazione, che se non si era mai identificata realmente con la musica dei propri avi (è stato invece l’Hip Hop ad identificare maggiormente la cultura afro-americana giovanile) ora ripropone, con un attentissimo lavoro di ricerca in alcuni casi fedelissimo, tutto il blues dei primi anni trenta. Ed è anche in questo “Between Midnight and Day” che il nostro Corey Harris, in compagnia della sua dobro, ripropone tredici standard “Delta Blues” senza concessione alcuna a rivisitazioni,  se non di minima entità, come analogalmente fa con i soli tre brani che portano la sua firma, uno dei quali dà il titolo al disco, e che non si discostano minimamente dalla “linea purista” perseguita in questo lavoro.
La scelta di Corey, come quella dei suoi colleghi contemporanei, appare non di poco conto, visto che tutto sommato ancora in quegli anni, anche nel blues, gli amplificatori erano ancora accesi, ed era abbastanza “eversivo” proporsi con un disco “one man band” con delle linee di accompagnamento chitarristiche decisamente scarne. Questo è il principale elemento che distingue questo lavoro, che suona decisamente ostico soprattutto a chi ama gli alti volumi e le distorsioni e non è abituato invece all’immagine intimista disegnata qui dal bluesman americano. Questo è a mio parere ciò che identifica meglio quest’opera: nessuna grande concessione o rielaborazione degli standard di mostri sacri come Bukk White, Muddy Waters, Sleepy John Estes, Elmore James, Charlie Patton, Mississippi Fred Mc Dowell, o Blind Boy Fuller, suonati con una grande padronanza della tecnica “bottleneck-fingerstyle”. E’ con la stessa filosofia che Corey Harris, anni dopo, nell’evoluzione di questo processo di riscoperta fedele alle origini, registrerà il disco di cui ho già scritto, “Mississippi To Mali”, dove è evidente il ritorno all’Africa ancestrale, così ben descritto anche dal film di Scorsese, che porta lo stesso titolo e di cui il disco è colonna sonora.
Consiglio il CD in particolar modo a chi voglia approfondire il blues in modo puntuale o a chi, già appassionato del genere, voglia far luce sulle origini dello stesso, per accorgersi di quanto le connessioni con le sfumature più moderne di questa musica rimangano ancora intatte.

TRACK LIST:
1. Roots Woman (Corey Harris)
2. Pony Blues (Patton)
3. Keep your Lamb Trimmed and Burning (Johnson)
4. Early in the Morning (Bartley,Hickman & Jordan)
5. Feel Like Going Home (Morganfield,Watertoons)
6. I am a Rattlesnakin’Daddy (Fuller)
7. Between Midnight and Day (Harris)
8. Bukka’s Jittebourg Swing (White)
9. Goin To Brownsville (Estes)
10. Write me a few lines (Mc Dowell)
11. She Moves Me (Morganfield)
12. Bound to Miss Me (Harris)
13. 61 Highway (Mc Dowell)
14. Catfish Blues (Petway)
15. I Ain’t Gonna Be Worried No More (Estes)
16. It Hurts Me Too (Whittaker)

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